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Chiesa di San Giovanni in Venere

FOSSACESIA (CH) - SAN GIOVANNI IN VENERE CHURCH

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Come arrivare

Fossacesia (CH)
L'abbazia di San Giovanni in Venere si inserisce fra gli spettacolari esempi di architettura benedettina conservatisi in Abruzzo. Si tratta di un complesso, composto da chiesa e monastero, posto in posizione isolata su una collina denominata promontorio di Venere, a dominio dell'omonimo golfo e di un meraviglioso paesaggio che dal verde della Maiella si snoda sino alla costa adriatica. L'edificio costituisce il frutto di un lungo e complesso processo artistico e storico che avrebbe origini antichissime. Sul sito dove oggi sorge l'abbazia doveva essere ubicato un tempio pagano dedicato al culto della dea Venere Conciliatrice, la cui nascita sarebbe sicuramente non anteriore all'epoca di Cesare o Augusto, promotori del culto di Venere a Roma. Il culto pagano venne sostituito con quello cristiano mediante l'edificazione di una chiesa dedicata a Giovanni Battista e alla Vergine Maria in un periodo compreso tra la seconda metà del VI secolo e la prima metà dell'VIII. Si può ipotizzare che tra la fine dell' VIII e l'inizio del IX secolo l'insediamento venne organizzato dai benedettini in esso residenti come "cella", termine con il quale si trova ancora indicato in un atto del 973. Tale documento attesta la donazione da parte del marchese Trasmondo I di molti beni alla chiesa di San Giovanni in Venere, da quel momento posta dal nobile sotto la propria tutela. È così che iniziarono a crearsi le premesse per la trasformazione della modesta "cella" in un ricco monastero; a partire proprio dal 973, sino al 1024, l'abbazia vive una rilevante crescita economica alla quale si correla una altrettanto sviluppata preminenza politica e culturale. All'interno di quest'arco di tempo possono essere individuate tre ipotetiche fasi costruttive: la prima è databile intono all'anno 1015, quando Trasmondo II provvedette alla realizzazione di un grande monastero e al restauro della chiesa, (della quale non rimane quasi nessuna traccia, fatta eccezione per alcuni rilievi reimpiegati nel portale verso il chiostro); la seconda dovette estendersi dal 1080 al 1120, quando venne impostato l'attuale impianto planimetrico di evidente matrice cassinese; l'ultima è riferibile alla fabbrica dell'abate Oderisio II, tra il 1165 ed il 1204. L'intervento di Oderisio II si giustificherebbe in relazione a due gravi eventi sismici, che colpirono l'edificio nel 1119 e nel 1125, e alla volontà di attribuire alla chiesa una più imponente immagine, rappresentativa della grande crescita culturale e territoriale che l'abbazia stava attraversando in quel periodo. La ricostruzione si realizzò sulla precedente impostazione planimetrica introducendo un metodo costruttivo di derivazione borgognona cistercense, assoluta novità nel panorama architettonico dei cantieri abruzzesi. Alla morte di Oderisio seguirono anni piuttosto travagliati, sotto il governo di Oddone, nei quali presumibilmente nulla venne realizzato in San Giovanni in Venere. È dal 1225 al 1230 che si individua una ulteriore fase costruttiva, quando l'abate Rainaldo rinnova parti significative dell'apparato decorativo come il portale della Luna e le finestre absidali. La chiesa, dopo ulteriori interventi di ultimazione tra la seconda metà del XIII e la prima metà de XIV secolo, venne definitivamente portata a termine nel 1344 dall'abate Guglielmo II. La configurazione planimetrica di San Giovanni in Venere, con assenza di transetto sporgente e successione di archi su pilastri, palesa senza possibilità di equivoco una sua derivazione dall'abbazia desideriana di Montecassino (1066-71). L'analisi metrologica della pianta consente di individuare la stessa unità di misura: il cubito di derivazione romana, rintracciabile pure in San Liberatore a Maiella. La scansione degli spazi secondo precise proporzioni e rapporti numerici ricalca perfettamente il sistema utilizzato a Montecassino. Se il legame con la chiesa madre è evidente sotto l'aspetto planimetrico meno lo è nell'articolazione dei volumi, presentando San Giovanni in Venere un'altezza molto superiore ( 43 cubiti a fronte dei 28 cassinesi), carattere spiegabile sia con un probabile rispetto dei canoni abruzzesi di spazialità sia con una probabile influenza borgognona-cistercense, quest'ultima riferibile ad un periodo necessariamente successivo all'impianto planimetrico. San Giovanni è impostata su uno spazio longitudinale diviso in tre navate da pilastri, il cui utilizzo al posto delle colonne rispecchia una scelta comune a molte chiese benedettine abruzzesi dell'XI e XII secolo, rispondendo tanto ad una volontà estetica, mirante a creare un particolare effetto plastico, quanto ad esigenze di sicurezza derivanti dalla sismicità dei territori abruzzesi. È però da osservare che l'abbazia di Fossacesia si discosta dalla prevalente impostazione abruzzese del periodo che prevedeva l'utilizzo di pilastri a sezione orizzontale quadrata, prediligendo invece per questi ultimi la sezione cruciforme. Esempi del genere sono piuttosto rari, a tal proposito si ricorda anche quello di San Pelino a Corfinio, con pilastri a sezione ottagonale. I pilastri presentano basi modanate con tori, scozie e listelli diversamente articolati tanto da poter essere raggruppati in tre diverse tipologie decorative: la prima è relativa ai pilastri delle ultime due campate verso il presbiterio, la seconda fa riferimento a quelli delle due campate centrali e la terza ai semipilastri di controfacciata compresi quelli ad essi vicini. La medesima suddivisione tipologica si ritrova in funzione delle decorazioni dei capitelli che mostrano differenti soluzioni sia di ornato sia di raccordo al pilastro. Alcuni capitelli presentano dentello, tortiglione e listello, elementi tipici della "cornice benedettina"; in San Giovanni in Venere sono però resi in maniera più semplificata rispetto agli esempi canonici conservati in San Liberatore a Maiella. Ciò può essere considerato nondimeno un elemento a favore dell'impostazione desideriana dell'abbazia. In una parte dei capitelli si rintracciano elementi di raccordo tra la loro forma quadrata e la sottostante sezione cruciforme dei pilastri, nei restanti invece non si ravvisano soluzioni di collegamento. Da notare è la presenza di archi a tutto sesto nella navata destra e di archi a sesto acuto in quella sinistra; questi ultimi sono a doppia ghiera, cioè composti di arco e controarco concentrici, soluzione diffusasi in Abruzzo intorno all'ultimo quarto del XII secolo, con la realizzazione di San Clemente a Casauria. Va però precisato che, al fine di conservare una certa omogeneità figurativa, la doppia ghiera è stata inserita solo verso la navata interna e non verso quella centrale, dove, sul lato opposto, erano già previsti archi a tutto sesto non concentrici. Nella navata centrale, al di sopra delle cornici dei pilastri, si notano semicolonne pensili impostate su "culots" , tipico elemento dell'architettura borgognona, che starebbe a rivelare l'intervento di maestranze cistercensi o comunque vicine alla loro scuola. La collocazione delle semicolonne è però inusuale, poiché negli esempi francesi ed italiani sono sì staccate dal pavimento ma sempre al di sotto delle cornici del primo ordine. Ciò indurrebbe a collocare cronologicamente il loro inserimento in San Giovanni in Venere in una fase avanzata del cantiere, in cui le cornici dovevano essere già state montate. Analogo esempio è contenuto nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Lanciano, dove due semicolonne sono innestate sopra le cornici del primo ordine, a sostegno dell'arco trionfale. Le semicolonne si concludono con capitelli dalla caratteristica struttura a campana, alcuni con un accentuato rilievo a fogliame. Altro elemento di evidente origine borgognona è la snella cornice che scorre sulle pareti della navata centrale interrompendosi solo su quella occupata dall'arco trionfale. Le aperture all'interno dell'abbazia sono quasi tutte monofore a sguincio e si inseriscono, lungo le pareti laterali, all'interno di arcate cieche impostate su capitelli a mensola. Le navi erano presumibilmente voltate, come testimonia una relazione introduttiva alla redazione del Catasto della chiesa del 1655, in cui padre Virgilio scrive: "la chiesa di detta abbazia sotto l'invocazione di San Giovanni in Venere è grande e maestosa con tre navi già in volta". Difficile è però stabilire quando le volte siano crollate, presumibilmente a causa di un evento sismico. Attualmente le navate sono coperte da capriate lignee, rialzate in corrispondenza della zona presbiteriale nel 1627. Il transetto è molto sollevato rispetto al corpo principale dell'edificio al quale si collega mediante un'ampia gradinata, larga quanto la navata centrale, e attraverso un arco di trionfo con singolare apertura al livello del primo ordine piuttosto che del secondo, come generalmente accadeva in questo genere di strutture. Due imponenti archi a sesto acuto suddividono l'ambiente in tre parti, con larghezza pari a quella di ciascuna delle tre corrispondenti navate della struttura longitudinale. Sopra gli archi sono impostate due volte a crociera costolonate, la cui sagomatura richiama quella di Santa Maria Maggiore a Lanciano; crociere semplici coprono invece le zone laterali relative alle absidi minori. Da notare che le altezze del transetto corrispondono a quelle del corpo principale: la cornice che corre appena sopra l'altezza degli archi prosegue idealmente quella della navata centrale, mentre il profilo della crociera è ripreso sulla parete della navata centrale dall'arco cieco posto al di sopra dell'arco di trionfo. L'elevato dislivello tra navate e transetto si giustifica con la presenza, al di sotto di quest'ultimo, di un'ampia cripta, tra le più grandi d'Abruzzo. La pianta è rettangolare con tre absidi, cinque navate longitudinali e due trasversali; quattro colonne dividono l'ambiente in dieci campate scandite da arcate a tutto sesto e a sesto acuto. Le sei campate terminanti longitudinalmente con l'abside centrale sono coperte da volte a crociera a sesto acuto, le restanti quattro da crociera a tutto sesto. L'intero perimetro della cripta, ad eccezione della parte relativa alle absidi laterali, è percorso da un bancale dell'altezza di circa 30 cm, elemento molto frequente nelle cripte benedettine. Dal bancale sporgono corpose basi su cui poggiano semicolonne collegate alla fuga delle arcate; alle semicolonne si alternano lungo le pareti arcate cieche, il tutto contribuendo a conferire ampiezza e movimento allo spazio. L'ambiente è abbondantemente illuminato grazie alla presenza di ben sette aperture, cinque nelle absidi e due sulle pareti laterali, tutte monofore strombate, tranne quella sul lato nord-est, di forma quadrangolare. Interessante risulta la composizione delle quattro colonne centrali, tre delle quali contengono evidenti elementi di reimpiego, si tratta dei fusti di marmo cipollino scuro, materiale utilizzato pure per la realizzazione di tre delle semicolonne addossate alle pareti. Le colonne, originariamente di differenti altezze, furono portate tutte allo stesso livello mediante l'inserimento di zoccoli, abachi e capitelli di differenti dimensioni, secondo una consuetudine tecnica tipicamente benedettina. È così che il materiale appartenente alle epoche precedenti veniva integrato alla nuova costruzione costituendo sia un vantaggio di tipo economico sia un trait d'union ideologico tra il nuovo e l'antico. Ai lati dell'altare due colonne senza basi sostengono gli archi di un triforio; dalle linee di archi e colonne, piuttosto sfalsate, si intuisce una probabile frettolosità nell'esecuzione. Sulla parete sud-ovest è posto il monumento funebre di Trasmondo II, conte di Chieti; le ridotte dimensioni dell'opera farebbero ritenere che non si trattasse della vera tomba di Trasmondo ma di un reliquiario in cui ne furono trasferite le spoglie qualche decennio dopo la morte. Di notevole interesse è la serie di decorazioni ad affreschi contenuta nella cripta; ve ne sono cinque, appartenenti ad epoche diverse (ved. Sezione Pittura Medievale, Chieti). Il più antico dovrebbe essere quello posto nell'abside centrale, anche se la datazione da parte degli studiosi non è univoca. Secondo alcuni l'opera sarebbe riferibile alla fine del XII secolo, secondo altri vi sarebbe un termine post-quem fissato negli anni 1225-1230. Il dipinto raffigura, all'interno di un'ellissi verticale, l'immagine di Cristo che benedice con la mano destra e regge un Vangelo con la sinistra; è affiancato da San Giovanni Battista, sul lato sinistro, e da San Benedetto, sul destro; ai piedi di San Benedetto è posta la figura di un monaco che dovrebbe essere il committente dell'affresco, tale Provenzanus. Sul lato destro, sempre dell'abside centrale, si vede la figura della Vergine seduta in trono con il Bambino in piedi sul ginocchio e con, ai lati, l'Arcangelo Gabriele e San Nicola di Bari. Questo affresco non può essere datato anteriormente all'ultimo quarto del XIII secolo, per una serie di elementi stilistici, quali l'iconografia della Madonna col Bambino, che non si accorderebbero con datazioni anteriori. Nell'abside laterale sinistra è rappresentato Cristo in trono con San Vito e San Filippo, in quella laterale destra Cristo in trono tra Giovanni Battista, Giovanni Evangelista ed i Santi Pietro e Paolo. Pur presentando tali affreschi notevoli differenze, possono essere ricondotti ad un medesimo ambito culturale romano e datati entrambi alla fine del XIII secolo. Il fronte principale dell'abbazia è riferibile al quinquennio compreso tra il 1225 ed il 1230, periodo retto dall'abate Rainaldo, anche se alla morte di Oderisio II, avvenuta nel 1204, la struttura poteva considerarsi sicuramente completata e con essa le sculture ai lati del portale. La facciata presenta un coronamento a salienti concluso da un timpano al di sotto del quale corre una cornice a gola dritta sostenuta da un'alternanza di archetti semicircolari e poligonali. Un'altra cornice a gola dritta, caratteristica degli edifici cistercensi, taglia in orizzontale l'intero prospetto attraversandolo all'altezza della linea d'imposta della lunetta del portale, quasi a fungere da cimasa alla decorazione scolpita sottostante. Ancora una cornice, riferibile alla fabbrica di Rainaldo, offre al portale un coronamento trilobato con pinnacoli laterali, che secondo qualcuno avrebbe dovuto contenere degli affreschi. In corrispondenza delle navate laterali si aprono due finestre polilobate e in alto, al di sotto del timpano centrale, è posta una bifora decorata con archetti trilobi, che illumina la navata principale. Nella parte bassa, verso il lato nord-est, si trova quello che doveva essere il dossale della tomba dedicata all'abate Oderisio II. Il monumento è costituito da cinque cornici digradanti all'interno delle quali è inserito una sorta di dittico marmoreo contenente l'incisione dell'epigrafe commemorativa. Elemento di massimo rilievo nel contesto del prospetto è sicuramente l'unico ed imponente portale, detto della Luna, fiancheggiato da due alti fregi scolpiti. Questi ultimi, come accennato, sono riferibili agli anni del cantiere di Oderisio e consistono in due grandi ante marmoree affiancate alle colonne. Al loro interno, su quattro registri sovrapposti, intervallati nel mezzo da un motivo decorativo, sono narrate l'infanzia e la prima maturità di Giovanni Battista. A sinistra, partendo dall'alto si vedono due pavoni che bevono in un'anfora, Giovanni e i Farisei, L'Annuncio alla Vergine e la Visitazione e, in ultimo, due animali alati. A destra si osserva un fregio decorativo e successivamente L'Imposizione del nome e la Circoncisione del Battista, L'Annuncio dell'Angelo a Zaccaria sotto una cornice di arcatelle a tutto sesto, (tipico motivo dei sarcofagi paleocristiani) con quattro rosoncini di tradizione abruzzese, in basso è raffigurato Daniele nella fossa dei leoni con in alto il Profeta Abacuc trasportato per i capelli da un angelo. Più di uno studioso ha individuato una connessione tra i rilievi di Fossacesia e quelli presenti sulla facciata di San Zeno a Verona, dove pure il portale è stato affiancato da due ante figurate con una ricca decorazione plastica. Si è a tal proposito rintracciato un medesimo criterio compositivo delle inquadrature architettoniche così come un'analoga matrice stilistica riconducibile all'opera preponderante del maestro Niccolò e, più in generale, della scuola padana. Siamo di fronte al primo esempio di scultura narrativa in Abruzzo e tale primogenitura è ribadita proprio dalla evidente relazione con l'ambiente padano, che nel XII secolo aveva qualificato in maniera significativa tale genere di decoro. Alla base delle due ante, proseguente anche al di sotto degli stipiti del portale, è posta una zoccolatura decorata con foglie di acanto rovesciate. Affiancate a ciascuno dei due grandi fregi, sui lati del portale, sono inserite due colonne impostate su basi dallo stile discordante rispetto al resto della cornice, addirittura interrotta in quel punto per permettere l'innesto di tali elementi. In compenso la parte alta è decorata da due graziosi capitelli a forma di campana decorati con foglie dall'accentuato stile naturalistico, con sovrastanti abachi. Capitelli ed abachi si appoggiano a retrostanti rilievi decorati col motivo predominante del tralcio; diversa è la qualità esecutiva, dinamica e frastagliata nei rilievi, elegante e tornita nei capitelli di gusto ormai gotico. Da ciò si intuisce facilmente che colonne e capitelli siano stati inseriti in un momento successivo. Tale composito insieme mostra una straordinaria qualità e raffinatezza, racchiudendo sia motivi già da tempo presenti nella regione sia soluzioni nuove come quella del capitello a 'crochet' con foglie di quercia che proprio a partire da San Giovanni si diffonderà in molti cantieri del Meridione, segnando il passaggio verso il nuovo gusto gotico in Abruzzo. Relativa al periodo dell'abate Rainaldo è la lunetta, per il cui inserimento furono tagliate le precedenti modanature degli stipiti. Dopo quella di San Clemente a Casauria, questa è la seconda lunetta figurata che compare in ambiente abruzzese, nella quale viene applicato un programma narrativo tipico della logica dei grandi portali medievali. Realizzata secondo un stile di matrice francese, che si caratterizzava per una solida tradizione rappresentativa, riproduce una scena dall'espressività teatrale che conferisce risalto al ruolo dell'abate committente, Rainaldo, il quale provvide ad aggiungere la lunetta al portale fatto realizzare dopo il 1165 dal suo predecessore Oderisio. Divisa in due da una cornice orizzontale, la lunetta presenta nella parte superiore statue di Cristo in trono tra la Vergine e San Giovanni, scolpite a rilievo molto alto, e in quella inferiore i resti di una composizione che prevedeva San Romano, di cui rimane solo la scritta, San Benedetto, all'interno di una nicchia, e San Rainaldo, oggi frammentario. Le sculture della lunetta di San Giovanni in Venere, per l'accattivante carattere innovativo da esse espresso, svolsero un indubbio ruolo didattico non solo nei confronti dei successivi cantieri ma all'interno della stessa fabbrica di Fossacesia. Dimostrazione di ciò è il portale collocato sul lato sud-ovest la cui decorazione venne affidata ad uno scultore locale che si ripropose evidentemente di raggiungere gli effetti del collega esecutore della lunetta del portale principale. A tale scopo egli eseguì due rilievi rappresentanti una madonna con Bambino, oggi mutila, ed un angelo. Pur non essendo il risultato all'altezza dell'originale, per eleganza e raffinatezza, esso rivela comunque la propensione da parte della scultura locale verso la conquista di un linguaggio plastico nuovo e più consapevole. L'aspetto generale del portale meridionale che, secondo un'iscrizione incisa su un concio alla base, venne realizzato nel 1204 ad opera di un tale maestro Alessandro, suggerisce una certa irregolarità compositiva dovuta probabilmente alla frettolosità nel montaggio. Sembrerebbe che l'autore si sia trovato costretto a terminare l'opera prima del tempo, forse per la morte di Oderisio, integrando così i pezzi moderni già approntati, stipiti ed architrave, con frammenti di recupero presi dal cantiere. Stessa sorte dovrebbe aver avuto il portale simmetrico posto sul prospetto settentrionale, data la presenza di analoghi caratteri di precarietà. Anch'esso fu infatti realizzato per la maggior parte con materiale di reimpiego, come mostra la varietà di marmi impiegati. Ulteriore elemento di comunanza fra i due portali è l'architrave contornato da una cornice a palmette che percorre i due lati corti e quello superiore. Proseguendo nell'analisi generale dei due prospetti si nota come quello meglio conservato sia il lato nord-est. Esso presenta, nella parete corrispondente alla navata laterale, un apparecchio murario a conci irregolari sostenuto da contrafforti. La costruzione di questi ultimi è riferibile all'intervento dell'abate commendatario Latino Orsini, intervenuto nella ricostruzione dell'abbazia in seguito al disastroso terremoto del 1456, che aveva seriamente danneggiato le strutture dell'edificio, comportando, secondo quanto riferiscono le cronache locali, il crollo di entrambe le navate minori, di parti del chiostro e delle altre strutture conventuali. Il tratto posto sopra le navate laterali conserva ancora un partito decorativo molto interessante. Una cornice a gola percorre l'intera parete all'altezza del piano d'imposta degli archi delle finestre girando intorno al loro sesto. Ai lati delle finestre la cornice sostiene esili colonnine che raggiungono l'elegante coronamento costituito da una serie di mensole decorate che sorreggono archetti pensili al cui interno sono scolpiti fiori, stelle, croci ed altre decorazioni. L'apparato decorativo non è però omogeneamente conservato, evidenziandosi le reintegrazioni e le lacune succedutesi nel corso dei secoli. Le aperture sulla parete della navata laterale, tutte monofore, non sono delle stesse dimensioni ed alcune si distinguono anche per la presenza dell'arco trilobato di tipo borgognone-cistercense all'interno delle incorniciature. Va sottolineato che la stessa successione si ritrova nel prospetto opposto in cui le finestre sono ripetute secondo la stessa sequenza di differenziazioni. Monofore sono pure le aperture sulle pareti della navata centrale, caratterizzate da un semplice arco e da una forte strombatura. Più lacunoso è il prospetto sud-ovest sia nell'apparecchio murario sia nel complesso decorativo. Per quanto attiene al primo aspetto è evidente una notevole disomogeneità dovuta alla presenza di almeno quattro paramenti murari diversi attribuibili ad altrettante fasi costruttive, a cui si aggiungono pezzature differenti riferibili ai vari inserimenti di parti murarie di restauro, dovuti anche alle demolizioni degli speroni del XV secolo. Sostanzialmente assenti sono le decorazioni, che è possibile immaginare fossero un tempo uguali a quelle ancora presenti sulla facciata del chiostro. Di notevole interesse è il prospetto sud-est, sul quale sono collocate le absidi, contenente apporti stilistici differenti: meridionali, romanico-lombardi e borgognoni-cistercensi. La parte basamentale presenta una successione di sottili lesene sostenenti arcate cieche. Quelle corrispondenti alla navata centrale e sinistra sono a tutto sesto e si caratterizzano per la presenza, all'interno degli spazi convessi, di medaglioni policromi con vari motivi geometrici a stella. L'articolazione del prospetto è tipica delle costruzioni protoromaniche anche dell'Italia meridionale e lo stile decorativo è stato posto in relazione sia con quello delle absidi del duomo di Monreale sia con esempi campani come la cattedrale di Caserta Vecchia. L'abside più ad est si differenzia per l'assenza dei rosoni e per la diversa forma delle arcate, a sesto acuto anziché a tutto sesto. La giustificazione di tale disomogeneità andrebbe attribuita non tanto ad un cambiamento di programma in corso d'opera quanto ad una ricostruzione successiva ad un crollo. L'apparecchio murario della zona basamentale è irregolare ed è separato dalla parte superiore, il cui apparecchio è invece regolare, mediante una fascia marcapiano in pietra decorata con tarsie tagliate a losanga. La fascia è poi sormontata da una cornice aggettante posta al livello del pavimento del presbiterio. Questa parte di decorazione, di evidente gusto normanno, è riferibile al periodo di Oderisio II, durante il quale i Normanni di Sicilia divennero signori d'Abruzzo. Una serie di feritoie si apre su tutte e tre le absidi; in quelle laterali ve ne sono due, in asse, una nella parte bassa ed una al livello superiore; nell'abside di centro quattro, due nella zona basamentale e due nella parte superiore. Due aperture arricchiscono inoltre l'abside mediana, si tratta di monofore a tutto sesto decorate con un arco trilobato in marmo bianco sorretto da due colonnine tortili con capitelli a foglie racchiudenti piccole figure umane. Evidente è il richiamo ai capitelli del portale della Luna, che consente la datazione delle due finestre alla stessa fase, cioè attorno al 1225. I cilindri absidali sono coronati da una complessa cornice composta da una fascia ad archetti al di sopra di una sequenza di dentelli. A coronamento degli spioventi in corrispondenza della navata centrale vi è un'altra cornice, di gusto borgognone, che richiama quella posta sul fianco settentrionale della chiesa e sul timpano del prospetto principale. Secondo l'orientamento prevalente la parte basamentale delle absidi dovrebbe essere preesistente all'intervento di Oderisio II, quindi nell'arco dell'XI secolo; su tale struttura l'abate avrebbe realizzato la sopraelevazione del presbiterio. La parte terminale viene ricondotta al 1344, così come quella del prospetto principale. Ai lati della chiesa si addossano, all'altezza del presbiterio, due corpi di fabbrica. Quello a sud si presenta oggi come una torre campanaria in comunicazione con la cripta e con la chiesa superiore; dallo spessore murario si può presumere che essa dovesse assumere la configurazione di una vera e propria torre. Il corpo situato sul lato nord, pur avendo anch'esso un sostanzioso spessore murario, risulta semplicemente addossato alla parete della chiesa; da ciò si può ipotizzare una sua altezza piuttosto contenuta. La costruzione svolgeva comunque una funzione difensiva offrendo un collegamento interno tra cripta e chiostro. Entrambe le strutture possono essere inserite nelle edificazioni difensive realizzate da Oderisio I tra il 1061 ed il 1076. A completare l'abbazia è un ampio chiostro che i monaci hanno attualmente sistemato a lussureggiante giardino mediterraneo. Il chiostro fu quasi interamente ricostruito tra il 1932 ed il 1936 utilizzando le poche trifore che si erano conservate come esemplare per la realizzazione delle altre. Ulteriori rifacimenti vi furono nel 1948, in conseguenza dei danni subiti dalla guerra.
San Giovanni in Venere Abbey, founded on the ruins of a Roman temple consecrated to Venus, was re-built with the addition of a monastery in1050 by order of Trasmondo I. The abbot Oderisio II gave it its present aspect in 1165 and provided it with a magnificent portal on the eastern side decorated with precious bas-reliefs. The church plan consists of a nave and two aisles with apses and a raised presbytery. Below it there is the crypt: two aisles with five cross-spans and frescoed apses. The suggestive cloister is the result of various rebuilds that followed to one another in the centuries. The bas-reliefs of the side pillars are arranged in four big panels on two levels and illustrate Saint John the Baptist's life from his childhood to his adult age.
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